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Da El Pais di Domenica 5 Luglio 1992, Amelia Castilla, San Fernando, inviata speciale.

Camaron è stato sepolto ne La Isla tra il pianto e i lamenti della sua gente.

Il controllo dell' accesso al cimitero ha provocato scene di tensione tra le migliaia di assistenti

 

Antonio, impiegato del cimitero di San Fernando, nella provincia di Cadiz, non aveva visto così tanta gente nemmeno il giorno in cui hanno seppellito il Generale Varela, verso l' anno 1951. Ieri il morto era il cantaor Flamenco Camaron de la Isla de San Fernando, ed al suo funerale sono accorse decine di migliaia di persone. L'arrivo della bara al camposanto ha provocato scene di enorme tensione. Ai suoi ammiratori, gitani per la maggioranza, che aspettavano da ore sotto un sole da giustizia divina, non è stato permessa l'entrata nel recinto funerario. Tra le grida di chi protestava perché voleva passare ed i lamenti strazianti dei suoi familiari, il principe gitano ha ricevuto cristiana sepoltura alla una passata del pomeriggio.
Durante il percorso verso il cimitero, la gente raccolta su entrambi i lati della strada è rimasta in rispettoso silenzio, rotto dagli applausi e dalle grida "Camaron! Camaron!".
Se la notte prima il maestro ha potuto essere in balia delle masse infervorate, ieri è stato invece tenuto a distanza dalla polizia e da un cordone di sicurezza gitano che non c'è stato modo di rompere. Ciò che è successo la notte prima, quando il corpo è stato ricevuto a San Fernando non si doveva ripetere. Alle tre del mattino è dovuta arrivare in paese una brigata dei gruppi per le operazioni speciali. Gli incidenti più gravi si sono verificati sulle scale del Comune di San Fernando, quando il feretro veniva trasportato a spalle sino al salone e si sono rotte le esili barriere di sicurezza. E' stato un miracolo che tutto sia finito con uno spavento e con qualche contuso. Bambini, signore attempate e perfino poliziotti municipali sono rotolati per le scale mentre Paco de Lucia e Tomatito si sono dovuti mettere d'impegno per mantenere in equilibrio il feretro con il corpo del loro amico.
La mancanza di controllo è stata così totale che sono stati gli stessi gitani che si sono presi il compito di montare la guardia alla camera ardente e vegliare la salma. Solo allora si è ristabilita la calma. L'arrivo del corpo all'isola che lo vide nascere è stato accompagnato da un'impressionante veglia;  non è mancata neanche la luce di una mezza luna nel cielo, come quella che Camaron aveva tattuata su una mano.
All'alba del sabato la gente è sfilata davanti alla bara chiusa. Con lui oltre ai suoi familiari hanno passato la notte Curro Romero completamente distrutto, Tomatito fuori di se ma molto contenuto nonstante le lacrime che gli scendevano sulle guance, e Paco de Lucia che in ogni momento si è mantenuto in un discreto secondo piano.
Tra la gente si vedevano molti giovani con il look di Camaron. Capelli arricciati portati a mantello e molto oro pendente sul petto; famiglie intere con bambini e gente che sembrava presa da un quadro di Romero de Torres. Non mancavano nemmeno un buon numero di Junkies e qualche cammello; anche loro volevano accomiatarsi da lui
Poco prima dell' uscita del feretro dal municipio sono arrivati Carmen Romero e Manuel Chavez, che hanno accompagnato la comitiva durante parte del percorso. Sono stati presenti anche
Jesus Quintero, José Mari Manzanares e numerosi aficionados del flamenco. Molti degli assistenti, gitani praticanti riti evangelici, non si sono nemmeno avvicinati alla chiesa di El Carmen, dove è stato celebrato il funerale. I camaroneros lo aspettavano sul portale del camposanto carichi di fiori. Fra loro si trovava anche Dolores Montoya, la vedova, che è conosciuta anche come Chispa. Fino a quando la salma è atterrata a Siviglia José Monge è appartenuto a sua moglie,  ma da quando è arrivato a San Fernando se la sono tenuta i Monge.
La vedova, situata a diversi metri di distanza dal pantheon dove veniva seppellito suo marito,  non faceva che gridare: "Ay José". Chispa sembrava sul punto di svenire ma ha avuto la forza di insultare i giornalisti di due canali radiofonici che cercavano di ottenere l'esclusiva dei suoi lamenti avvicinandole i microfoni alla bocca. Se la sono portata via varie donne mentre la bara calava nella fossa.
Fuori, in strada, i suoi ammiratori sopportavano il caldo mentre premevano contro i blocchi della polizia. "Ora non è tempo per piangere" diceva una signora ad un uomo. "Il suo spirito vagherà per La Isla durante l' eternità".

camaron y dolores chispa montoya

Camaron con sua moglie Dolores "Chispa" Montoya

poco tempo prima di morire

 

A.C. San Fernando "Un cigarrito para calentar la voz"

 

A Camaron non è mai piaciuto andare dal medico. Ricorreva ai curanderos ed ai sabios, come fa la sua gente. Da anni gli avevano diagnosticato una macchia nei polmoni, ma lui non se ne era preoccupato.
Da buon gitano viveva solo, ed intensamente, il presente. Solo alla fine, quando si sentì veramente male, si prese la briga di andare in un ospedale e mettersi nelle mani dei medici. Neanche allora, però, fu capace di smettere di fumare. Due dei suoi fratelli, fumatori accaniti come lui, che arrivavano ad accendersi sessanta sigarette al giorno, sono seppelliti accanto a lui nel cimitero di San Fernando.
Il suo vizio era la nicotina, "Io per cantare mi bevo il mio bicchierino e poi per scaldarmi la voce mi fumo la mia Winston", diceva ai suoi amici. Il resto, la cocaina e -(el caballo?)- erano per i tempi di attesa. Solo i suoi amici sanno che la sua morte non ha nulla a che vedere con l'aids. Lui diceva che con l'eroina non ci si era mai bucato: non gli piacevano gli aghi.
Nemmeno si é mai preoccupato per il denaro. "Vi é piaciuto ?", soleva domandare ai suoi amici, ai rappresentanti e i produttori ogni volta che incideva un disco o finiva un concerto. Questi era ciò che gli importava realmente, il resto erano cose materiali.
Ciononostante, alcuni dei suoi amici più intimi in questi giorni si sono mostrati preoccupati per la situazione economica nella quale potrebbe restare la sua famiglia: lascia la vedova e quattro figli. Il più piccolo, Joseiyo, é stato battezzato pochi mesi prima della morte del padre. E pare che solo le terapie alle quali é stato sottoposto in un ospedale statunitense siano costate quindici milioni di pesetas.


Tomatito, che durante questi ultimi tre giorni é rimasto in ogni momento accanto alla famiglia, ha accolto venerdì la salma del suo amico nell'aeroporto di Siviglia. Quando un agente della Guardia Civil cercava di spiegargli che un veicolo della polizia avrebbe aperto la strada in direzione di Cadiz, il chitarrista ha replicato; "E perché non vanno dietro?". Solo all'ultimo momento, quando il suo secondo padre entrava nel cimitero, non potendone più, se ne é andato. Nemmeno gli occhiali scuri potevano nascondergli le occhiaie.
Tomate, il chitarrista cresciuto al suo fianco, suo complice e scudiero, non ascolterà più il suo maestro gridargli, mentre prendeva la sua chitarra per giocare a sbagliare "A ver si pierdes el compás!". E così si divertivano come bambini. Ma anche i bambini muoiono.
Ieri poco prima che venisse interrato il principe gitano, il musicista Kiko Veneno, buon amico del cantaor con quale ha collaborato al disco "La leyenda del Tiempo", brindava così per il maestro:"Gracias Camaron!".